Francesco Jovine
Le terre del Sacramento
ISBN 978-88-6867-625-4, pp. 288, prezzo di copertina € 15,00, Collana di narrativa classica GEŠTINANNA
Uno stupendo romanzo vincitore del Premio Viareggio, un’epopea del lavoro contadino che celebra il profondo legame tra l’uomo e la terra…
Pubblicato nel 1950, poco dopo la morte dell’autore, Le terre del Sacramento, ambientato nelle campagne molisane, è un romanzo la cui narrazione è strutturata con un intreccio a più piani, intersecando le vicende di personaggi diversi che rappresentano le varie classi sociali.
“Le terre del Sacramento”, che anticamente erano rendita ecclesiastica, tramite successivi e intricati passaggi divengono, all’inizio del romanzo, di proprietà del possidente avvocato Enrico Cannavale, soprannominato “Capra del Diavolo”.
Cannavale non riesce però a far coltivare le terre che i contadini locali si ostinano e ritenere “maledette” a causa dell’antico esproprio ai danni della Chiesa, limitandosi ad abbatterne gli alberi per fare legna e a praticare il pascolo abusivo.
Ma i protagonisti veri del racconto sono Luca Marano (“un ragazzo di vent’anni, agile e aitante, di chioma nera e di fresco incarnato”), che si mette a capo dei braccianti per reclamare, prima con il lavoro e poi con l’occupazione, il possesso di quelle terre, e Laura, l’astuta moglie del proprietario, che prima promette ai contadini un contratto di sfruttamento perpetuo della terra e poi li abbandona alla violenza degli squadristi.
La vicenda è ambientata durante il periodo fascista e ci ritroviamo in un paese del Molise (località di fantasia identificata da Luigi Russo in una recensione del 1950, con Isernia), nel quale la popolazione doveva fronteggiare la prepotenza del podestà.
L’opera di Jovine, narratore di tradizione essenzialmente naturalista, cresciuto nella realtà contadina molisana, propone al lettore un tema reale e scottante della vita nel Meridione, aggravata dall’espansione del regime fascista, che porterà alla famosa “questione meridionale”.
Uno stile chiaro e scorrevole, una magnifica narrazione, abilmente tessuta da uno scrittore italiano del ‘900 che, attraverso questo suo capolavoro, mostra a noi lettori di oggi quanto certi meccanismi sociali e culturali abbiano assoluta rispondenza con la nostra contemporaneità.
*** IL LIBRO CONTIENE BELLISSSIME IMMAGINI INEDITE DELLA BASILICATA DEL 1950 ***






Rosangela Usai –
Un libro da riscoprire Protagonista di questo libro del 1950, appartenente alla corrente Naturalista, è la condizione contadina del sud Italia in quell’epoca tra le due guerre, che, già misera, fu aggravata con l’avvento del fascismo e la risoluzione nel sangue delle proteste. Francesco Jovine ricevette per questo libro il premio Viareggio, purtroppo postumo, e nel 1970 la RAI ne trasse uno sceneggiato. Lo stile narrativo è inizialmente un po’ difficoltoso, così ricco di particolari e senza divisioni in capitoli, nonostante la scrittura chiara e scorrevole, ma tutto trova un suo senso e una sua collocazione col progredire del racconto. Inoltre in questa edizione di Gigamesh le foto d’epoca hanno anche la funzione di interrompere il flusso continuo del racconto, essendo doppiamente gradite. Consigliato.
Anna Fresu –
Questa nuova edizione de “Le terre del Sacramento” è un giusto omaggio a un grande romanzo e al suo autore, Francesco Jovine, a lungo dimenticato e che dovrebbe invece figurare tra i grandi della nostra letteratura. Romanzo epico, naturalista e verista, a cavallo fra Zola e Verga con echi del Pirandello dei “I vecchi e i giovani”, racconta quel Sud sfruttato e abbandonato tra occupazione piemontese e fascismo, vittima di immobilismo, illusioni del nuovo, promesse disattese, perpetuo tradimento. Eterna carne da macello e molte braccia da sfruttare per arricchire pochi eletti, con la complicità e la benedizione di Chiesa e Istituzioni. Tanti personaggi splendidamente delineati; un paesaggio, una terra aspra madre e matrigna; la Storia che è sempre dei vincitori ma che qui motiva ed esalta le ragioni dei vinti; un linguaggio preciso, incisivo, privo di retorica, estremamente efficace e coinvolgente. Un romanzo da non dimenticare, una storia per non dimenticare.
Valentina Vallefuoco –
Che dire, libro bellissimo. Inizialmente mi sembrava un po’ lento, poi però sono riuscita ad entrare nella storia e mi è piaciuta moltissimo.
Giovannella Gattini –
La nuova proposta editoriale della casa editrice Gilgamesh “Le terre del Sacramento” di Francesco Jovine, pubblicato per la prima volta nel 1950 “, è, a mio parere, un invito a riflettere, a distanza di 100 anni dalle vicende narrate, sulle dinamiche sociali che hanno attraversato la storia italiana del xx secolo. Nella sonnolenta cittadina di Calena, probabilmente in Molise, si intrecciano le relazioni tra gli abitanti che all’inizio sembrano interpretare uno scontato gioco delle parti, senza il pathos della tragedia greca, né l’ethos della commedia. Enrico Cannavale, proprietario terriero sull’orlo della rovina economica, soprannominato la capra del diavolo, il perché lo scoprirà il lettore, vizioso, insipiente e indolente continua a sperperare il suo patrimonio e scarica la sua frustrazione sulla servitù che, durante i temporali della sua ira, tenta di rendersi invisibile. Clelia, la cugina povera accolta per carità in casa, assoggettata ad ogni suo volere lo ama segretamente sperando di poter continuare ad occuparsi della casa non più da governante, ma da legittima moglie. Laura, l’altra cugina di Enrico, affascinante ed intrigante riesce a farsi sposare e prende in mano i suoi affari per cercare di salvare le terre già pesantemente ipotecate. Il Notaio ricorda l’azzeccagarbugli di manzoniana memoria, ma si rivela uno scaltro e abile speculatore senza scrupoli. Filoteo, zio di Luca, svolge con qualche disavventura il suo ruolo di messo, ama ed accudisce teneramente il nipote che gli è stato affidato dai genitori per permettergli di continuare gli studi giuridici e di far pratica legale. Tutti questi personaggi si muovono secondo quella che sembra la trama trita e ritrita di un romanzo ambientato nel Sud di Italia dal prevedibile epilogo, finché entra in scena Luca Marano, il vero eroe tragico del libro. Bello, alto, dotato di una forza stupefacente, tanto da essere soprannominato “il toro”, dall’intelligenza vivace e dal cuore puro ci appare per la prima volta in occasione di un pignoramento presso il palazzo Cannavale, al seguito dello zio Filoteo. I genitori di Luca, poverissimi contadini che accettano qualsiasi sacrificio pur di veder realizzare dapprima il sogno del suo sacerdozio che avrebbe permesso la loro ascesa sociale e poi per consentirgli di continuare all’Università di Napoli gli studi giuridici nei quali è particolarmente versato, sembrano gli umili antesignani del mito del “colletto bianco” che la sociologia andava elaborando nella prima parte del secolo XX. I compaesani di Morutri che lo tengono in grande considerazione e quasi lo venerano, hanno una totale fiducia in lui che risolve, senza chiedere alcun compenso, piccoli problemi di vicinato e familiari e, soprattutto, è l’unico che può aiutarli nei meandri della burocrazia. E’ il 1922, l’anno in cui inizia un’era della storia italiana, tutti i protagonisti del libro sono in scena per rappresentare le passioni più nobili e più abiette dell’animo umano: proprietari terrieri senza scrupoli, banchieri astuti e famelici, clero compiacente e complice, sullo fondo ogni tanto occhieggiano rare camice nere che aumentano di giorno in giorno fino a dilagare dopo il mese di ottobre. La macchinazione ai danni dei contadini per concretizzarsi deve assicurarsi la collaborazione di Luca, idealista ed ingenuo leader della sua gente, esperto di diritto ed ex seminarista che li convince della necessità di riconsacrare le Terre del Sacramento e della bontà della proposta di un’enfiteusi, istituto del diritto agrario di longobarda memoria, che darà loro il diritto di coltivare le terre senza altri oneri che migliorare il fondo. E’ solo uno scellerato complotto che Luca riesce a scoprire quando ormai non c’è più possibilità di sanare il torto subito. Non ci sono neppure le armi, seppellite sotto una croce a dimostrazione del nuovo patto tra proprietari e contadini e benedetto dal clero, rimane solo il coraggio di un manipolo di eroi senz’armi capeggiati da Luca. Sono miseri questi contadini, si illudono che verranno distribuite le terre promesse ai soldati nella prima guerra mondiale, sono orgogliosi del loro lavoro, sono portatori di una cultura basata non sui libri, ma sulla consuetudine, sui valori sociali, sulle credenze e superstizioni che scandiscono ogni periodo dell’anno ed ogni avvenimento umano. Nel corso dei 100 anni successivi sono abortite diverse riforme agrarie, lotte contadine e operaie hanno registrato vittorie, ma alcune sono finite nel sangue, i diritti umani, universalmente proclamati, sono sconfessati nei fatti in talune occasioni, le terre in alcune parti di Italia sono abbandonate e coloro che le lavorano oggi, i miserrimi braccianti stagionali lontani dalla casa e dalla famiglia, guadagnano pochi euro al giorno in condizioni disumane, senza alcuna garanzia e diritto. Nell’eterna lotta tra proprietari degli strumenti di lavoro e lavoratori nessun diritto è acquisito per sempre.