Cento poesie nuove e varie

di Santo Atanasio

€15.00

Santo Atanasio

Cento poesie nuove e varie

ISBN 978-88-6867-635-3, pp. 144, prezzo di copertina € 15,00, Collana ISHTAR

 

L’amore e la bellezza / siano il cibo squisito / di cui possa nutrirsi / la vita di ciascuno, / per tramutarsi in luce, / in bei sorrisi, in canti, / in rondine leggera ― / per farsi eternità.  

 

Santo Atanasio nasce a Castelbuono (PA) il 21 aprile 1953. Si laurea in Ingegneria Nucleare a Palermo. Dopo una parentesi di cinque anni d’insegna­mento a Legnano (MI), è prima professore ordinario di Elettronica a Termini Imerese (PA), poi di Elettrotecnica ed Elettronica a Cerda (PA). Va in pensione il 1° settembre 2019. Vive nel suo ridente borgo natale.

È presente nelle antologie: Poeti a Castelbuono (1938‑1983), a cura di R. Di Liberti, Castelbuono, Tip. «Le Madonie»,1983; Poeti nel Parco delle Madonie, a cura di Pietro Attinasi, Geraci Siculo (PA), Edizioni Arianna, 2005; Il segreto delle fragole, a cura di Anna Toscano e Ivano Malcotti, Faloppio (CO), LietoColle, 2005; Ascuta lu cantu, a cura di Alfonso Lo Cascio, Termini Imerese, Rivista Espero/ISSPE, 2009.

Una larga scelta di suoi componimenti figura nella pubblicazione collettanea Silenzi d’acquario, edita nel gennaio ’91 da Edizioni «Le Madonie», Castelbuono.

Il suo primo libro di versi: Monodici Canti, con una lettera di Mario Luzi, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1987.

Raccolte successive: Opali, Castelbuono, Edizioni «Le Madonie», 1994; Trilogia di miti greci, Castelbuono, ediz. d’autore f.c., 1995; Suae reliquiae, ibid., 1995; A voce a voce, Barrafranca (EN), Editrice Bose Giesse, 1997; La semina del sole, ibid., 1998; Poesie per amore di tempo perduto e d’infinito (1970-1995), che riunisce i precedenti sei libretti con la sola accessione della poesia Rosso esclamato, Castelbuono, Edizioni del Periodico «Le Madonie», 1999.

Le sue opere più recenti: Amore in versi del settimo cielo, Castelbuono, Edizioni del Periodico «Le Madonie», 2002; Fulgori e brine in seno, Faloppio (CO), LietoColle, 2004; In laudem patris, ibid., 2005; Rime speranza fiore del deserto, Geraci Siculo (PA), Edizioni Arianna, 2007; Lampeggiamenti, fremiti, sorrisi del sogno e del vero, ibid., 2017; Frammenti di un sogno d’estate e altri versi, Asola (MN), Gilgamesh Edizioni, 2020; Versi di un anno (in grigio e in verde), ibid., 2021.

3 recensioni per Cento poesie nuove e varie

  1. Valutato 5 su 5

    Sandro Morici –

    Commento del libro di Santo Atanasio “Cento poesie nuove e varie” – Gilgamesh Edizioni – 2022

    Quando si sta leggendo un libro sorge ogni tanto la domanda: ma cosa trovo di interessante? Perché mi sta piacendo questo leggere? E l’interrogativo è ancora più pressante quando si stanno gustando delle poesie.
    Ebbene, ora che abbiamo in mano il volume di Santo Atanasio “Cento poesie nuove e varie” – Gilgamesh Edizioni, ora che di pagina in pagina ci soffermiamo a riflettere, ci sentiamo appagati dalle tante, ripetute esortazioni alla gioia della vita, alla serenità dell’intimo, alla pace nel cuore che l’autore ci trasmette. Il grido di “speranza” è ricorrente, a significare la visione per un futuro di riparazione e di rinnovamento: infatti nel nostro tempo comunicare fiducia significa invitare a non avere paura della paura.
    Tutte le poesie portano la propria data di nascita, tutte scritte tra aprile 2021 e agosto 2022, proprio in un periodo cruciale e, al tempo stesso, delicato della nostra storia, tra una virulenta pandemia e la guerra ai confini d’Europa, tra momenti di forte siccità e devastanti alluvioni, tra rovinose instabilità politiche ed economiche e abissi di forti disuguaglianze sociali. E l’animo sensibile del poeta ne è scosso e tenta una reazione e compone liriche suggestive sulla bellezza della natura, vista dal particolare posto di tranquilla villeggiatura che si chiama Mandrazze, talvolta con echi di sottile malinconia. In tante composizioni viene infatti descritto un continuo confronto tra la peculiare situazione dell’ambiente circostante e lo stato dell’intimo del poeta-autore, che gioisce, si lascia incantare, acquista speranza e ci illumina dentro.
    Nella raccolta non mancano alcune poesie che effigiano dei veri inni di monito, come per esempio “Guerra”, “Visione effimera”, “Ecologica”, “Alla donna”, “Augurio alla vita di ciascuno”.
    Le nove sezioni tematiche in cui sono raggruppate le cento liriche hanno un fil rouge che le accomuna? Atanasio confessa che “unificante è il cantare con anima”, probabilmente evocando la creatività immaginaria di una persona sensibile: in aggiunta noi vorremmo scorgere parecchi elementi di “poesia civile”, come in “A Falcone e Borsellino”, “L’effetto serra”, “Stracaldo-acqua” e nella sezione “GUERRA, LUTTI, RESTRIZIONI”.
    E infine il tema della fede, che torna ripetutamente a conferma del profondo senso della religiosità dell’autore, che invoca Dio nel portare “amore e luce” su questa terra dilaniata dalle discordie, che augura tempi migliori per certe anime sofferenti, che immagina una vita terrena che “sia un paradiso” e che trova pieno conforto in “Affidamento a Sant’Anna”. E tutto ciò non può che consolare il lettore.
    Aldilà di queste brevi note il libro in realtà offre tantissimi spunti di meditazione, grazie proprio alle variegate sfaccettature dell’”arte poetica”, alla quale l’autore dedica una specifica sezione. Siamo quindi grati all’amico Santo Atanasio per questi versi nitidi, essenziali, intrisi di quell’energica armonia che colleghiamo istintivamente all’idea universale di bellezza.

    Roma, 2 ottobre 2022 Sandro Morici

  2. Valutato 5 su 5

    Rosalba Gallà –

    LA POESIA COME UNA VELA NELL’ULTIMA RACCOLTA DI SANTO ATANASIO
    di Rosalba Gallà

    È la poesia
    una vela che solca tutto il mare, / nella foschia dilegua, all’orizzonte, / e poi rientra in porto, lacerata, / ma di semi di vita e di bellezza / ̶ ombra e sole ̶ strapiena e sorridente.
    Bella, profonda e potente questa definizione della poesia: parole che hanno la forza dell’arte visiva, che ci mostrano la vela come in una pittura impressionistica in cui tutto è evanescente, sfumato, indefinito, dileguante nella foschia, perché più che la realtà viene rappresentata l’emozione, l’impressione: allora la vela che solca il mare traghetta verso i luoghi più nascosti dell’animo umano. Per citare Giuseppe Ungaretti, è come se si trattasse di un viaggio in quel porto sepolto che è in ciascuno di noi, da cui il poeta riemerge e disperde i suoi canti. In questo caso, la vela torna in porto, lacerata dalle tempeste che ha dovuto affrontare, ma arricchita “di vita e di bellezza”. La poesia, dunque, è come una vela perché la lirica di Santo Atanasio è la vita, con tutte le sue contraddizioni, con gli aspetti laceranti e quelli rasserenanti.
    La raccolta Cento poesie nuove e varie (Gilgamesh Edizioni, 2022) del poeta di Castelbuono attraversa come una vela tutte le fasi e le esperienze esistenziali, gli umori di una vita, dalla giovinezza alla maturità, alla vecchiaia, con tutte le necessarie metamorfosi, non tanto esteriori, quanto interiori, perché pur nella continuità e nelle costanti di ogni esistenza, ci si trova sempre a dover fare i conti con il tempo e con la distanza del proprio vissuto e ci si sorprende a “frugare nei ricordi…” e a ridere di se stessi dal momento che non è possibile “rinverdire gli anni ebbri di voli”. Il verbo frugare dà il senso di una ricerca affannata, come quando in un cassetto si cerca qualcosa, spostando compulsivamente gli oggetti qua e là: si tratta dei cassetti dell’anima, dove si esplora alla ricerca di ciò che ormai è perduto per sempre e non resta che prendere coscienza con un sorriso amaro che non è possibile riavvolgere il nastro della vita e che gli anni pieni “dei più bei sogni” appartengono ad una fase ormai lontana.
    Però, “oltre questa vecchiaia” che conduce ad una “pace austera”, c’è sempre la possibilità di un “sogno mattutino / di vivere altra ardita primavera”, e i pensieri possono diventare “farfalle” e il cuore può spalancarsi “al sogno di un domani / arcobaleno e sole, / oltre gli abissi cupi del dolore” e “la notte a volte è amica” perché “raggiungo me / segretamente – dove e come ero”.
    I diversi e, spesso, contrastanti sentimenti del poeta sono sempre affiancati, in maniera complice, dalla natura e dal suo perenne ciclo autunno–primavera, inverno– estate, con contrasti ora lievi e sfumati ora forti ed evidenti. Così, negli “alberi nudi e bruni […] assorti nel torpore / dell’inverno imminente” il poeta riconosce la sua stessa ferita, senza abbandonare la speranza che sarà linfa “forse, domani” e nuovo vigore per una rinascita, come accade a gennaio ad “un passero che sogna, / becchettando giulivo qualche gemma, / l’imminente sorriso / bianco-roseo dei fiori” o ai “pampini novelli” che “sorridono in sogno / ai grappoli d’uva – futuri”.
    Passato e futuro, dunque, si rincorrono, con il carico di ricordi e di attese, di rimpianti e di speranze, in un presente in cui talvolta affiora il senso della solitudine, con la presenza dei luoghi in cui il poeta non è stato: “So che li porto in me, sacre reliquie”, luoghi tanto amati tra realtà e immaginazione che “assetano di luce, / di tempo- canto, leggerezza, amore”.
    E poi il vento… il vento improvviso che fa sussultare, che scompagina tutto, nel cuore della notte e che in un lampo svela che “tutto ciò che un tempo / era gioioso e si mostrava eterno” in realtà “si sarebbe rivelato / vano miraggio”: versi intensi che attraversano tutta la produzione poetica italiana, da Petrarca a Leopardi a Pascoli, in una sintesi perfetta ed efficace, perché la vita ci offre “poche delizie, e brevi, / frammiste a mille morti, / così ostinate / da non morire mai / del tutto”.
    Qual è il senso della poesia, di quella vela che attraversa tempeste che la lacerano e che rientra in porto “ricca di vita e di bellezza”?
    Emozioni lasciate nel profondo
    senza parole, né colori o aromi…

    Restano informi lì, finché il poeta
    gli dà, paziente e gaio, vera vita
    di grazia e meraviglia illuminandole –
    per arricchirci dentro.
    Ecco il senso della poesia anche nella nostra società complessa e, spesso, brutalmente prosaica: illuminare di grazia e meraviglia le emozioni che giacciono nel profondo e che attendono di essere portate in superficie, in un viaggio interiore che è il più complesso e irto di pericoli, ma che Santo Atanasio sa compiere con la purezza dei suoi versi, la cura del suo stile, l’eleganza ricercata ma mai artificiosa. La poesia è rigore, attenzione, misura, metrica per conseguire quella bellezza che abbia l’apparenza della spontaneità e dell’illuminata intuizione.
    La raccolta Cento poesie nuove e varie rivela già nel titolo l’intento di abbracciare tutte le note che compongono le melodie della vita, e ciò risulta ancora più evidente nei titoli delle nove sezioni che la compongono: IN MEMORIA, TRITTICO PER MIA MADRE (IN MEMORIA), AL MIO BORGO E AI SUOI DINTORNI, GUERRA, LUTTI, RESTRIZIONI, ECOLOGICHE, UN ACROSTICO, UN TELESTICO, CON FEDE, ARTE POETICA, POESIE VARIE.
    Ai lettori è offerta la possibilità di scegliere un proprio percorso tra le poesie di Santo Atanasio e di veleggiare tra i suoi versi per tornare in porto, nonostante le inevitabili lacerazioni, con la vita tramutata “in luce, / in bei sorrisi, in canti, / in rondine leggera ̶ / per farsi eternità”.

  3. Valutato 5 su 5

    Antonella De Luca –

    “Cento poesie nuove e varie” di Santo Atanasio: parole d’ombra e d’azzurro
    *******
    Il respiro delle stagioni: quelle del ciclo della natura, che svela a tratti il suo mistero in un trascolorare di terre e di cieli, di fiori e di ali, e quelle dell’esistenza dell’uomo, che procede ̶ ora con inquietudine ora con serena compostezza ̶ tra la fascinazione residua della propria primavera, leopardiano simbolo della giovinezza, e la consapevolezza del proprio autunno che già cede al chiuso gelo invernale. Tuttavia, il poeta non si lascia vincere dalla tentazione del ripiegamento in un cono d’ombra, ma torna ad aprirsi allo stupore dell’aurora che irrompe (“Così una volta ancora, / il cuore si disgela e si spalanca / al sogno di un domani / arcobaleno e sole, / oltre gli abissi cupi del dolore”). Allo stesso modo, percepisce che fino a quando il cuore riuscirà a vibrare di fronte alle colline, al mare, al cielo e a sentire “la poesia della neve e dell’infanzia, e l’amore, e la morte”, potrà affermare di non essere vecchio.
    Siamo sommersi, allora, da un fluire di profumi, suoni, colori, che continuamente sembrano richiamarsi e rispondersi in una sinestesia dell’anima, protesa e spalancata all’Essere, a coglierne l’ebbrezza vitale e le struggenti malinconie, mentre il presente si innesta sulle memorie ancora palpitanti del passato e diventa già, esso stesso, memoria. Orazianamente, lo sappiamo bene, “dum loquimur, fugerit invida aetas” (“mentre parliamo, sarà fuggito l’odioso tempo”), ma proprio mentre l’attimo si consuma, nulla potrà impedire che la bellezza si sia irradiata come un improvviso bagliore sull’opacità del vivere e vi abbia lasciato per sempre la sua ineludibile traccia di splendore. Sì, bisogna attraversare il tempo per far vibrare, con tutta l’intensità possibile, l’anelito all’eterno insito nell’uomo. Il silenzio assorto, sempre sospeso tra fragilità e pienezza vitale, fa germinare la parola poetica, che diventa vita e, ancora, professione di speranza.
    La poesia si fa voce del desiderio di perdersi nel Tutto e implora alla parola di “volare alta” e di “crescere in profondità”, come indicano i bei versi di Mario Luzi posti programmaticamente come epigrafe iniziale della raccolta, ad esplicitare che lo slancio del volo e l’ostinata fatica dello scavo interiore rappresentano il compito, forse la missione, del poeta, una sorta di vocazione laica alla profezia dell’Oltre.
    Sullo sfondo, si staglia la Sicilia, l’isola in cui si riflette, come in uno specchio, l’anima-isola che ricrea la sua mappa interiore di contrasti e dissonanze, nei paesaggi incantati del sogno e nella consapevolezza acre e disillusa della realtà. All’interno di questa geografia reale e simbolica al contempo, si proietta il piccolo borgo con le sue antiche pietre, i suoi spazi sacri, e la campagna riarsa dal sole, con “l’azzurrina infinità del cielo”, gli alberi pascolianamente individuati ciascuno con il proprio nome in un inventario che diventa abbraccio e simbiosi (il castagno, il frassino, la quercia, il mandorlo) e poi i fiori (il glicine, i gerani, l’ibisco), i “giochi del vento”, la leggerezza di passeri e rondini, il frinire monocorde, ossessivo e pur dolce, delle cicale (“nenia che riconforta chi, dentro, è tutto inverno”), il volo girovago delle farfalle e dei pensieri, diventati un tutt’uno in una suggestiva metamorfosi, e poi ancora le memorie, continuamente dissepolte e vagheggiate. E’ continua la corrispondenza tra i paesaggi e gli stati d’animo: la desolazione degli alberi “nudi e bruni” e la fragilità del poeta (“E’ la loro ferita anche la mia!”), ma ̶ anche ̶ l’eguale anelito alla linfa-speranza che tornerà, “forse, domani”.
    Ed è qui, su questa terra, che si è presi dalla vertigine dell’infinito, che trascende l’angusto perimetro del divenire. Anche quando è rimpianto, straziante e dolcissimo, per un’assenza, che forse tale non è. Bellissime, nella loro espressività sussurrata e spoglia, le tre poesie per la madre. Allora i versi diventano elegia, invocazione struggente, ma sempre canto d’amore, non epicedio.
    “In me come in un libro: / le lettere d’amore / (tutte rammemorate / parola per parola) / che lessi nel gran sole / degli occhi di mia madre / (è altrove, lei, ora, è nell’oltreumano). // E’ bello custodirle / nettare in fondo al cuore ― ancora, / e ancora.”
    Il sole del suo sorriso continua a splendere in fondo all’anima raggelata del figlio e ne consola l’inverno interiore (in un’altra sezione, più avanti, in una riflessione più generale, si parla di “morti / così ostinate / da non morire mai / del tutto”).
    A volte, Atanasio osa una sorta di personale codice allusivo ai suoi modelli, riprendendone gli stilemi e la simbologia, ma rovesciandone il contesto e il messaggio.
    E’ quello che accade in Pioggia di ottobre, in cui l’esplicita contiguità con la famosissima Pioggia nel pineto dannunziana sposta consapevolmente l’atmosfera dionisiaca e sensuale dell’estate di Alcyone al malinconico riverbero grigio dell’autunno, inteso ̶ anche ̶ come fase dell’esistenza: “Piove… E la luce grigia della pioggia / sotterra lentamente / tutte le cose intorno, / e la gloria dei sogni che sognai, / e la mia vita schiva e greve d’anni”, con il gioco sottile del repentino passaggio, nei tempi verbali, dal presente al passato remoto, e dell’insistenza sulla figura etimologica di sogni soltanto sognati, appunto, e inesorabilmente sommersi. Accade il contrario, invece, in Nebbia d’autunno, dove la nebbia, simbolo pascoliano del mistero e dell’inquietudine, diventa un impalpabile velario che dischiude sensazioni limpide e luminose ad una creaturalità lieve, ormai senza più peso.
    Adoperando la rilettura della pregnante metafora della barca, consueta in tutta la tradizione letteraria (da Francesco Petrarca a Edgar Lee Masters), la poesia, che in Dante (“Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io”) era vascello avulso dalle tempeste della realtà, in uno spazio metastorico e perennemente avvolto nel sortilegio del sogno, qui è “una vela che rientra in porto, lacerata” ma straripante di vita e di bellezza, nella sua dicotomia costitutiva, intessuta di sofferenza e gioia.
    Una sezione di testi viene assorbita dall’impegno civile e dalla storia. Già nella poesia dedicata a Falcone e a Borsellino, il poeta riprende uno slogan di massa che inneggia alle loro idee che “marciano avanti ogni anno, tutti i giorni” e lo strappa al rischio dell’assuefazione, riprendendo una dicotomia cara al Vittorini di “Uomini e no” nella bella immagine di un mondo spaccato in due: “gli uomini, e gli altri”.
    Di fronte agli scenari di guerra, inoltre, l’io del poeta sembra ulteriormente dilatarsi in un sentimento di condivisione e di fratellanza universale, ad accogliere in sé l’esperienza del dolore collettivo. Il linguaggio abbandona le immagini rarefatte, la musicalità, la ricerca della misura esatta del metro, di quel lirismo, a volte preziosistico, trasfuso nell’amato endecasillabo ̶ così presente nella trama apparente dei versi liberi ̶ e diventa volutamente discorsivo, prosastico, disseccato, quasi del tutto impoetico nella spietatezza del taglio cronachistico, in un martellante calendario dell’orrore (“terzo giorno di guerra”, “…sessantasette giorni allucinanti”, “metà maggio”). E poi il lamento, che si esprime nella preghiera (“O Dio, / anche i tuoi cieli sono in agonia”) o nell’urlo della triplice anafora (“…la Civiltà è morta, è morta, è morta, / negli occhi il grido: “pace! pace! pace!”) che evoca e attualizza l’antica invocazione petrarchesca come le risonanze quasimodiane senza per questo cedere alle suggestioni della “retorica esecrabile”, anzi affermando scoratamente che “la parola ‘pace’ più tace più tace più tace”, questa volta in una sorta di ancora triplice rintocco funebre.
    Eppure più forte l’anima si aggrappa all’amore per la vita, al senso della libertà che è leggerezza ed incanto: “La libertà: // la colgo dentro agli occhi / pudichi e spensierati dei fanciulli / che ad ogni aprile rondini si credono / e volano a smarrirsi nell’azzurro”. E, anche in una mattina di gennaio, si smemora a guardare l’oscillare lieve di un ramo di mandorlo “sotto il peso di un passero che sogna”, per concludere “Anch’io soavemente / fremo d’azzurro e d’ali”.
    La speranza, quindi, rimane l’estremo dono della parola poetica, che resiste e si consegna al lettore perché cerchi a sua volta l’amore e la bellezza, per trasformare anche la sua vita “in rondine leggera ― / per farsi eternità”.
    Antonella De Luca
    ____________
    Santo Atanasio, “Cento poesie nuove e varie”, Gilgamesh Edizioni, Asola (MN), 2022.

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